Rigore non asfittico

Mancano meno di tre settimane al 1° gennaio e al “fiscal cliff”, ovvero al temuto momento in cui negli Stati Uniti scatteranno automaticamente aumenti di imposte e tagli alla spesa pubblica, ma è certo che l’America non seguirà l’Europa sulla strada della recessione. Anzi, sarà sufficiente “una qualsiasi intesa” sulla politica fiscale fra repubblicani e democratici per rafforzare di molto la ripresa nel 2013. Ne è convinto William Cline, senior fellow del Peterson Institute for International economics e già capo economista dell’Institute of International Finance che rappresenta tutte le banche private del mondo.
13 DIC 12
Ultimo aggiornamento: 11:03 | 6 AGO 20
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Mancano meno di tre settimane al 1° gennaio e al “fiscal cliff”, ovvero al temuto momento in cui negli Stati Uniti scatteranno automaticamente aumenti di imposte e tagli alla spesa pubblica, ma è certo che l’America non seguirà l’Europa sulla strada della recessione. Anzi, sarà sufficiente “una qualsiasi intesa” sulla politica fiscale fra repubblicani e democratici per rafforzare di molto la ripresa nel 2013. Ne è convinto William Cline, senior fellow del Peterson Institute for International economics e già capo economista dell’Institute of International Finance che rappresenta tutte le banche private del mondo.
In queste ore, comunque, a Washington proseguono le trattative per evitare di somministrare un’improvvisa e robusta dose di “austerity” alla prima economia del pianeta. A grandi linee, i repubblicani insistono sul fatto che l’aggiustamento fiscale debba essere raggiunto anteponendo i tagli alla spesa agli aumenti delle imposte, mentre i democratici preferiscono salvaguardare la spesa sociale e far salire le tasse (soprattutto per i ricchi). Il presidente, Barack Obama, lunedì ha proposto un piano che prevede 1.400 miliardi di dollari di nuove entrate fiscali nei prossimi 10 anni, meno dei 1.600 miliardi inizialmente richiesti dai democratici ma comunque troppo per i conservatori. Per questo ieri lo speaker repubblicano della Camera, John Boehner, ha sintetizzato così la sua telefonata con il presidente: “Un confronto franco su quanto siamo distanti”. Pochi insomma i progressi ufficiali. “Obama è stato appena rieletto e il mandato popolare lo rende più forte in questo negoziato – dice Cline al Foglio – I repubblicani, poi, pur essendo maggioranza al Congresso, presto vedranno le aliquote alzarsi in maniera automatica. Non possono che trattare”. L’economista ammette che nell’ipotesi estrema in cui democratici e repubblicani “non facciano nulla”, la caduta degli Stati Uniti nel “precipizio fiscale” farebbe male alla ripresa: si passerebbe da un tasso di crescita del paese stimato al più 2 per cento nel 2013 a un calo di mezzo punto percentuale per lo stesso anno.
Cline nonostante ciò rimane ottimista: “Le probabilità che si raggiunga un’intesa entro l’anno non superano il 50 per cento, ma per l’inizio del prossimo anno salgono all’85 per cento”. Subito dopo la data fatidica del 1° gennaio e la fine automatica degli sgravi fiscali introdotti da George W. Bush, paradossalmente, i repubblicani “potranno vantarsi davanti all’opinione pubblica di avere tagliato le tasse almeno rispetto ai picchi dell’èra pre-Bush”. Obama e democratici, in cambio, dovranno rivedere la durata straordinaria dei sussidi per i disoccupati, indicizzare magari le prestazioni sociali all’inflazione e non ai salari, alleggerire il bilancio del settore Difesa. “Dal 1990 al 2007 le entrate fiscali a livello federale sono state in media pari al 18,3 per cento del pil, le spese al 20,1 per cento. Nel triennio di crisi 2008-2011 si è passati rispettivamente al 15,8 per cento del pil per le entrate e al 23,5 per cento per le uscite. Per tornare sul sentiero della sostenibilità, le entrate devono salire al 18 per cento nel medio-lungo periodo e le spese scendere al 20-22 per cento”.
“Comunque vada in caso di accordo, anche se aumenteranno un po’ troppo le tasse sui più ricchi – conclude l’economista del Peterson Institute for International Economics – gli Stati Uniti non rischiano di cadere nella spirale recessiva che risucchia oggi l’Europa. Innanzitutto perché negli Stati Uniti non è nemmeno concepibile il rischio di un ‘default sovrano’ come in Europa: sia per la nostra struttura federale sia perché abbiamo una Banca centrale pronta a stampare la moneta domestica. Soprattutto, non appena si metterà fine a quell’incertezza che ha caratterizzato questi mesi di trattative sul fiscal cliff, gli investitori privati torneranno a investire le risorse finora messe da parte. Nel 2013 la spinta che arriverà dagli investimenti privati sarà notevole”. Una tesi simile a quella sostenuta ieri da Jamie Dimon, ceo di JPMorgan Chase, secondo il quale un’intesa potrebbe significare una crescita economica del 4 per cento e un calo della disoccupazione. E sulla ripresa del settore privato nella seconda metà dell’anno, sempre da ieri, punta anche Moody’s. Dopo tanti tentennamenti e non pochi timori, insomma, perlomeno oltreoceano rigore e crescita potrebbero ricominciare a marciare uniti.